Poco più di cento anni fa, era in corso uno dei più grandi conflitti della storia dell’umanità: la Prima Guerra Mondiale. Con il protrarsi della guerra, anno dopo anno sempre più cruenta, il genere umano scopriva le realtà feroci e incomprensibili della moderna distruzione di massa. Di fatto, la portata disumana di morte e sofferenza raggiunse tali proporzioni disastrose che il conflitto divenne noto , addirittura prima della sua fine, come la “Guerra per finire tutte le guerre.” Tuttavia, oggi, un titolo del genere sembra amaramente ironico, scioccamente idealista: l’ottimismo di un’era passata.

Dopo un secolo, ci troviamo di fronte a un’assenza di testimoni viventi: non rimane nessuno che possa farci avvicinare attraverso la propria esperienza. E allo stesso tempo, le poche immagini silenziose di quell’epoca che ci restano riescono a malapena a riempire questo vuoto immenso. Invece, queste icone visive sono astrazioni della guerra stessa. Un cimitero pieno di croci bianche fin dove l’occhio riesce a vedere è opprimente, per esempio, rende difficile sentirsi in sintonia con l’umanità dei singoli individui. Questa distanza fa sì che la I Guerra Mondiale venga percepita come antica e irrilevante per le nostre vite quotidiane.

Ma per quanto si possa percepire lontana la I Guerra Mondiale, forse non abbiamo superato gli orrori di quell’epoca disumanizzante. Forse siamo ancora bloccati nel 1919… senza saperlo.

Questa è la teoria del fotografo ed esploratore americano Jeff Gusky, che ha iniziato ad afferrare l’importanza determinante della I Guerra Mondiale, dopo aver scoperto una serie di “città sotterranee” immense sparpagliate per la Francia. Più Gusky penetrava in questi immensi complessi sotterranei, più scopriva a quale livello le tracce, i sentimenti e l’arte di quelle persone lontane sono ancora decisamente con noi. Per usare le sue parole, l’obiettivo di Gusky è “creare fotografie che forgino una connessione umana diretta con le persone della I Guerra Mondiale: persone che si ritrovarono, senza saperlo, nel mezzo della prima distruzione di massa moderna del mondo. Allora, come adesso, il ritmo della vita moderna li rese insensibili ai pericoli del perdere contatto con la propria umanità. Spero che le mie immagini possano avvicinarci a questi individui e alla nostra natura umana, e alle distinzioni che ci separano dal nostro mondo artificiale”.

In effetti, dopo aver passato un po’ di tempo con il lavoro di Gusky, riusciamo a capire come questa epoca apparentemente lontana sia, in realtà, una presenza vibrante, una realtà familiare addirittura, che si collega solidamente ai nostri odierni stili di vita.

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Gusky ha dato inizio alle sue esplorazioni al livello del suolo, fotografando i numerosi resti della I Guerra Mondiale in superficie: bunker, trincee, ospedali da campo e molto altro, che si trovano sparpagliati dalla regione di Champagne fino al confine con la Svizzera. Con il tempo, Gusky ha sviluppato stretti rapporti di collaborazione con gli appassionati della I Guerra Mondiale del posto, proprietari terrieri e sindaci di piccole e tradizionalmente chiuse comunità della Francia settentrionale. Una volta guadagnata la loro fiducia, a Gusky è stato dato il permesso di accedere a molti dei siti dell’epoca della I Guerra Mondiale che erano in (o sotto) proprietà private e perciò non aperti al pubblico. I più avvincenti di questi segreti sono state le città sotterranee: scoperte affascinanti la cui esistenza era pressoché sconosciuta al mondo esterno.

Le città sotterranee non sono una novità in Francia. Fin dal Medioevo, i castelli francesi, le cattedrali, le fortezze e le case sono stati costruiti con pietra estratta da cave sotterranee. In tempi di crisi, arrivando fino all’epoca delle Crociate, gli abitanti dei villaggi si ritiravano spesso sottoterra per motivi di sicurezza. Di tempi più recenti, si può trovare un’iscrizione sui cosacchi saccheggiatori che risale alle guerre napoleoniche.

La I Guerra Mondiale era senza dubbio un altro di questi periodi di crisi. In quel periodo, le cave furono trasformate: mutarono la loro antica funzione per diventare moderni quartier generali in prima linea. Nel corso del prolungato conflitto, questi spazi immensi e antichi furono dotati delle infrastrutture tecnologicamente più avanzate: luci elettriche, telecomunicazioni, sistemi di ventilazione, segnali stradali, acqua corrente, ferrovie sotterranee, uffici postali e ospedali. Proprio come le basi militari dei giorni nostri, queste “città” avevano lo scopo di offrire qualche forma di conforto e stabilità nei pressi del fronte. Fornivano ai soldati disumanizzati un riparo dagli orrori della guerra e, come ha scoperto Gusky, un posto per essere umani nel mezzo della realtà caotica in superficie.

Oggi, le città sotterranee sono buie, abbandonate da tempo. Come rivela la macchina fotografica di Gusky, però, fu in questi santuari protetti che i soldati della I Guerra Mondiale trovarono il modo di esprimersi e offrirci degli scorci della loro umanità. Mentre il mondo esterno era stato capovolto ed era pieno di morte, malattie e paura costante, è in questi spazi sotterranei che troviamo tracce evidenti delle speranze e dei sogni di questi individui. Giovani uomini, molti dei quali andavano incontro a morte imminente, passarono parte del proprio tempo prezioso sperando di lasciare un segno permanente nel mondo. Le incisioni più rudimentali consistono in nomi scarabocchiati in fretta (che sembrano ancora freschi), volgari vignette a sfondo sessuale o punteggi di baseball. Alcune contengono il nome dell’amata (“Vera”) o un indirizzo di casa, prova della loro nostalgia di casa, facilmente comprensibile. Tra le incisioni si trovano anche figure religiose più intricate, decorazioni complesse e addirittura sculture realistiche. Tralasciando le abilità artistiche, tutte quelle incisioni toccano qualcosa di universale: messi di fronte alla forte probabilità di un’incombente inesistenza, quei soldati furono mossi dal desiderio essenziale di lasciarsi dietro qualche sorta di traccia.

Non è un caso che riusciamo a sentire intimamente una presenza umana attraverso le immagini di Gusky. Parallelamente alla sua carriera di fotografo, Gusky è anche un medico di pronto soccorso. In questo ruolo, Gusky stabilisce legami intimi con completi estranei, aiutando i pazienti e le loro famiglie ad attraversare momenti di crisi. Il lavoro di Gusky come dottore si basa sull’aiutare le persone ad affrontare il rischio di vedere chiaramente e sobriamente quello che hanno davanti, in modo che possano prendere decisioni difficili sulla vita e sulla morte. Gusky considera in termini simili il proprio lavoro come fotografo: “Spero che le mie immagini aiutino le persone a vedere chiaramente, in special modo attraverso le illusioni della vita moderna. Quando riponiamo ciecamente la nostra fiducia nella tecnologia e ci dimentichiamo della nostra umanità, il mondo diventa un posto pericoloso. Le fotografie ci permettono di divenire consapevoli della nostra umanità individuale, ci aiutano a superare il nostro torpore moderno e ad accettare le imperfezioni della natura umana”.

Per Gusky, la Prima Guerra Mondiale è un momento importante durante il quale l’umanità ha iniziato a fare i conti con le conseguenze negative del progresso tecnologico. L’ inimmaginabile portata della distruzione provocata dal conflitto fu causa soprattutto delle scoperte rivoluzionarie avvenute tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo: elettricità, volo, industria chimica, telecomunicazioni e mass media. Questa sfilza di svolte tecnologiche creò la sensazione che la tecnologia potesse solo fare del bene, fino ad arrivare alla guerra. Quando iniziò la guerra, la gente si rese conto di come queste scoperte meravigliose erano state trasformate da comodità moderne in strumenti di distruzione di massa. La tecnologia “civilizzatrice” che aveva permesso ai soldati di trasformare quelle vecchie cave in città sotterranee, era la stessa tecnologia distruttiva che li aveva condotti sottoterra in primo luogo. Le invenzioni che sembravano aver migliorato le loro vite erano state ribaltate completamente e incomprensibilmente sotto i loro occhi. In poche parole, quelle persone videro come la “nostra” tecnologia può essere facilmente ritorta contro di noi. La maestosa luce del progresso ha anche un lato oscuro, un lato oscuro che può essere usato per distruggerci su scala inimmaginabile.

Quello che colpisce di queste visioni nelle menti delle persone vissute all’epoca della I Guerra Mondiale è quanto siano vere oggi per noi. In molti modi, il mondo di allora non era molto diverso da quello di oggi. La gente viveva in edifici alti, andava tutti i giorni a lavoro impiegando i trasporti pubblici o l’auto, andava al cinema e veniva bombardata dai mass media. A un livello più profondo, allora, come oggi, le persone avevano gradualmente e quasi impercettibilmente perso traccia della portata disumana dei progressi tecnologici, così come dei modi in cui queste tecnologie possono intorpidire le nostre coscienze. Allora, come ora, la gente credeva nella perfettibilità della tecnologia (e, per estensione, nella perfettibilità della natura umana). E quello che scoprirono, troppo tardi, le popolazioni della I Guerra Mondiale, fu che non appena viene ceduto il controllo umano, la distruzione di massa segue rapidamente. Le fotografie di Gusky si concentrano sull’individuo: nomi, incisioni, momenti di solitudine; per enfatizzare che la nostra umanità, la nostra coscienza, è l’unica cosa su cui possiamo contare nei momenti di crisi, l’unica certezza sulla quale fare affidamento quando la dimensione umana della vita sembra perduta.

Questo è il motivo per cui le parti più coinvolgenti del lavoro di Gusky si concentrano in modo molto toccante su piccoli momenti che ci fanno sentire vicini a quei soggetti lontani. Queste persone amavano davvero le squadre di baseball, le stesse che tifiamo oggi. La Prima Guerra Mondiale coinvolse davvero persone da tutto il mondo: europei, americani, cinesi, indiani e pachistani (65 milioni in tutto); ma questa cifra vertiginosa di uomini mobilitati diventa più reale quando viene rappresentata dalla firma di un singolo soldato, il segno permanente di una persona. Guardando queste fotografie riusciamo a colmare gli enormi vuoti della storia, le incomprensibilità dei conflitti moderni e a prendere parte a quel sentimento universale, ma molto personale, per cui si vuole lasciare un qualche tipo di segno sulla terra, per far sapere agli altri: “Ho respirato, sono esistito, ho contato qualcosa, sono stato qui”.

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Si può avere l’impressione che la I Guerra Mondiale sia avvenuta molto tempo fa ma le persone e le storie di quel periodo oggi sono ancora con noi. Le persone nelle foto di Gusky, anche se non possiamo vederle direttamente, erano persone moderne, proprio come noi. Erano vulnerabili al lato oscuro del progresso tecnologico, inclini a lasciarsi prendere dall’eccitazione del cambiamento senza pensare alle ramificazioni. Loro possono essere il nostro promemoria sul fatto che la fede cieca nel progresso può portare a morti quasi incalcolabili, a una distruzione su una scala che va oltre la comprensione umana.

Con le parole di Gusky, scoprire le tracce sorprendentemente tangibili e familiari di altre persone è stato come trovare non una, ma migliaia di bottiglie di un vecchio naufragio, trascinate inaspettatamente a riva. Ogni incisione fotografata da Gusky è un messaggio da un’altra vita, un’altra epoca; un messaggio che ci dice: quando il mondo va in pezzi, quando svaniscono le nostre illusioni, che ci rimane? Abbiamo la nostra arte, il nostro amore reciproco e abbiamo l’un l’altro.

—Alexander Strecker


Editor’s Note: If you’d like to find out more about this amazing project, be sure to check out The Hidden World of WWI website.


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