"Diacronia"
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Se mai arriverà l’occasione di scrivere una storia d’Italia e d’Europa più vera e affrancata dalle narrazioni dominanti,
un capitolo fondamentale non potrà che essere dedicato alla transumanza. Pratica di cui – giusto per sottolinearne
lo scarso status corrente nel contesto nazionale – io stesso ignoravo il significato profondo fino alla ‘tenera età’ di trent’anni,
nonostante due lauree in antropologia e biologia.

È un destino beffardo ma non insolito quello di riconoscere lo straordinario in ciò che è lontano ma ignorarlo se troppo vicino,
derubricare quanto è giudicato ‘esotico’ o ‘tipico’ nella frontiera dell’Altrove a ridicolo e retrogrado in contesti noti e familiari.
E così tessiamo lodi giuste e meravigliate per quel crogiuolo di movimenti e culture che fu la lontana Via della Seta, ma ignoriamo
il ruolo di crocevia giocato dalle Vie del Latte e della Lana nostrane fin da epoche altrettanto remote. Eppure gli indizi non
mancherebbero per comprendere quanto gli scambi umani, biologici e commerciali ritmati dai movimenti pastorali abbiano
influito sulla costituzione dei territori e delle culture dell’Europa Mediterranea e dell’Italia. Lungo le vie delle transumanze e
delle monticazioni (intendendo le prime come vere e proprie migrazioni orizzontali tra diverse regioni, le seconde come più
circoscritti spostamenti verticali tra la pianura e la montagna) si sono creati contatti e commerci tra comunità di montagna e
popolazioni vallive, tra le economie della frutta e dell’olivo e quelle del formaggio e del legname, si sono stretti legami tra
genti distanti, annualmente rinnovati sui pascoli di altura, si sono sviluppati e irradiati culti, devozioni e pellegrinaggi verso
le dimore di santi taumaturghi, angeli guerrieri o Madonne brune, sono sorti borghi arroccati sull’infinito, ritratti da artisti e
fotografi nel loro splendore e ora perduti all’immaginario collettivo come recondite Shangri-la appenniniche. Lungo le vie
della transumanza si sono incontrate e scontrate civiltà e concezioni dello spazio, sedentarietà e nomadismo. Ma non solo
formaggi e canti sono transitati lungo le vie verdi dei pastori: anche semi e cromosomi. Gli altipiani e le praterie appenninici
non sarebbero gli stessi tesori di orchidee rare e di quello che i biologi chiamano in generale ‘biodiversità’, non fosse stato
per il regolare pascolo e passaggio delle greggi e degli armenti, e il trasporto che questi fecero di materiale genetico sempre
nuovo in involucri improbabili quali lo sterco e il pelo.

Di questa millenaria epopea umana e ambientale, fondamentale eppure misconosciuta, la transumanza della famiglia Colantuono,
ritratta in questo volume, rappresenta certamente una delle testimonianze più vivide. E non solo perché si tratta di uno dei pochi
esempi ancora presenti in Italia di transumanza orizzontale ‘vera’ (ossia in cui il lento movimento lungo i tratturi non è sostituito
dall’autotrasporto dei capi), ma anche per il suo lignaggio antico e autentico. L’arte di lavorare il caciocavallo e
il movimento stagionale dalla masseria di San Marco in Lamis, in Puglia, alla montagna d’origine ad Acquevive di Frosolone,
in Molise, sono infatti un patrimonio tramandato all’interno della stessa famiglia da più di duecento anni. Gli armenti
dei Colantuono già percorrevano le stesse vie quando queste, sotto l’appellativo di ‘regi tratturi’, erano parte di un altro
stato e solcate da milioni di animali ogni anno, quando pochi mandriani governavano centinaia di buoi e i giorni di viaggio erano
un’epica avventurosa tra intemperie, predatori e banditi, con un lieto fine non necessariamente scritto per tutti.

Oggi la sfida per la transumanza dei Colantuono e altre come la loro non consiste più nell’arrivare a fine percorso sani e
salvi assieme a tutti gli animali. Lo spostamento delle trecento podoliche – gli agili bovini delle montagne del Sud –
lungo i 180 km di tratturi tra la Puglia e il Molise è ormai agevolmente governato dall’abbondanza di mezzi e
dai venti mandriani al seguito tra familiari, amici e collaboratori. La sfida presente, non più apertamente eroica ma
sospesa tra il donchisciottesco e il kafkiano, è piuttosto il confronto con le istituzioni sanitarie e le amministrazioni locali che
presiedono al passaggio della mandria negli oltre trenta comuni attraversati. E soprattutto, trovare forme per portare avanti il
senso di questa pratica in un mondo mutato dalle fondamenta, senza però cadere in forme caricaturali di nostalgia o
di svilimento commerciale, e rivendicare una consapevolezza antica ma sbiadita in epoca moderna: che il passaggio
di uomini e animali attraverso un territorio non è il disagio delle deviazioni stradali occasionali o degli escrementi lasciati
sulla strada, ma un servizio culturale ed ecosistemico i cui benefici ricadono sulla collettività. Recuperare questa consapevolezza
è forse lotta impari. Ma proprio in virtù delle implicazioni collettive della transumanza in termini di relazioni
antropologiche e umano-ambientali merita ogni supporto possibile e un sentito plauso dinnanzi ai successi che esperienze
come quella dei Colantuono sono state capaci di inanellare.

Nelle foto che seguono, la prospettiva sulla transumanza dei Colantuono data da Sandro Di Camillo
apre uno squarcio interpretativo di critica originalità su queste tensioni. Rifuggendo in egual modo la
spettacolarizzazione folklorica o tentazioni agiografiche, ma anche scorciatoie documentarie o una
narrazione meramente aneddotica, il bianco e nero di Di Camillo riesce a offrire uno sguardo astratto ed essenziale
insolito per i contenuti in questione. Da un lato, sono personaggi e situazioni che trascendono la contestualità storica,
quelli ritratti dall’artista molisano – ‘fuori dal tempo’, si direbbe, intendendo però non la perpetuazione anacronistica
del passato remoto, ma la non-appartenenza ad alcuna epoca specifica. In effetti, non fosse per l’affiorare di dettagli
contingenti quali accessori e vestiti, le immagini di Di Camillo potrebbero venire da secoli addietro quanto da un futuro
ancora indefinito. È un mondo che nella sua dimensione metastorica conserva un carattere quasi primordiale, improntato
al sudore e alla fatica, alla materialità e fisicità dei corpi, più che al lirismo romantico o l’idealizzazione agropastorale.
Dall’altro lato, anche su questo mondo apparentemente oltre il tempo si affacciano le nubi e le ansie del presente.
Sono soprattutto cieli plumbei a sovrastare le immagini, e la monumentalità del paesaggio molisano sembra fare da
sfondo a un senso di solitudine e precarietà cosmica, se non avvenuta perdita di un orizzonte esistenziale di riferimento.
Le situazioni di quiete e leggerezza sono rare e si fanno strada sulla superficie visiva a stento, come voci sbiadite che chiamano da lontano – più che momenti di sollievo nel presente, vogliamo pensarli come barlumi di speranza dal futuro.

Testo di Fabrizio Frascaroli