I colori del silenzio - fotografie alla Certosa di Bologna
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Nel presentare queste immagini, credo che potrà essere utile richiamare alcune motivazioni che mi hanno spinto a indagare fotograficamente la Certosa di Bologna, il cimitero della città. Ciò potrà servire ad avere una chiave di lettura unitaria, senza volere con ciò aggiungere o togliere nulla al complesso di emozioni e di sensazioni che, filtrate attraverso il mezzo fotografico, si sono venute addensando sulle singole immagini.
Il primo e più ovvio motivo, per me non bolognese di nascita ma profondamente legato a questa città in cui vivo ed opero da anni, è stato proprio il naturale desiderio di scoprire e conoscere Bologna in ogni sua parte. Così nella metà degli anni ottanta, dopo una miriade di "scatti" sulla città, i suoi momenti, i suoi abitanti, è nata l'esigenza di rivolgere l'obiettivo sulla Certosa, il luogo di sepoltura per eccellenza dei bolognesi, il luogo della morte celato dietro alte mura, parte integrante e al tempo stesso corpo separato del tessuto urbano.
La seconda ragione è scaturita dal rendermi conto - dopo avere varcato il muro di recinzione senza farmi vincere dall’istintiva voglia di rifuggire il freddo del dolore - dell’enorme ricchezza di significati culturali, storici ed artistici esistenti all’interno della Certosa. I chiostri, le cappelle, i loggiati, i marmi, i bassorilievi, le tombe, le epigrafi testimoniano lo sviluppo della società bolognese degli ultimi due secoli, con i suoi mutamenti di gusto e di stili di vita.
Ogni città, credo, abbia un rapporto particolare con il proprio cimitero; infatti, se pensiamo al Monumentale di Milano o allo Stalieno di Genova, possiamo comprendere come anche la Certosa, con la sua varietà di immagini, di situazioni, di percorsi possibili, diventi specchio ribaltato della città stessa e della sua vita.
Infine, la motivazione forse più importante: il bisogno, cioè, di capire come una città lodata ed accusata per la sua materialità, si potrebbe dire per la sua carnalità, arrivi a rapportarsi con il problema della “fine” e “dell'al di là”. Gruppi scultorei, oggetti, situazioni (ri)presi, quindi, a pretesto per indagare uno spaccato di società che, nel rapporto con la morte, sente l'esigenza di affermare il proprio "vivere", il proprio "esistere", il proprio “status”.
Questo progetto fotografico, un lavoro in progress che in parte continua ancora oggi, non pretende di essere una rigorosa analisi artistico-architettonica, o semplicemente una guida per "conoscere" la Certosa, quanto piuttosto un itinerario di immagini, essenzialmente incentrato sulle sensazioni ed emozioni che queste sono in grado di evocare, per cercare di "capirla" nella sua intima essenza.
Una sequenza fotografica che si propone di offrire un percorso-colloquio su più livelli; una proposta di dialogo intrecciato che possa spaziare dalla curiosità per una realtà apparentemente nota, ma spesso rifuggita e quindi poco approfondita, ad un itinerario intimo che ribadisce, attraverso rappresentazioni materiali, il legame degli affetti che i vivi mantengono con i defunti, fino allo stimolo per una riflessione, una meditazione, su e con noi stessi.