anitya
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ANITYA
L’Impermanenza nei monasteri buddhisti femminili dello Zanskar

In principio è un suono: come eco di gong, denso e tendente all’infinito. Poi è una visione: prateria di stelle alpine, fiume ad anse morbide, vette dal ghiaccio perenne, cavalli selvaggi, tra l’asprezza delle montagne e la dolcezza dell’altopiano.
Zanskar, “terra di rame bianco”, nome di durezza e morbidità. Valle himalayana in Ladakh, remota e minuta, timida tra i grandi, l’India che la contiene, la Cina e il Pakistan che la incorniciano. Terra dove il vivere è fatica, d’estate il sole coltiva il possibile, d’inverno l’isolamento gela l’impossibile.
Culla del misticismo buddhista, nei secoli e millenni, rifugio di asceti ed eremiti, Naropa e Padmasambhava tra altri. Punteggiata di gompa, stupa, muri mani, ruote di preghiera, bandiere di mantra al vento. Ovunque, a qualsiasi quota.

Ho attraversato lo Zanskar per la prima volta nel 2005: ogni giorno una tappa, in una visione quasi dall’alto, come in volo. Sono tornata, sola, nel 2013, per fermarmi, appoggiarmi, immergermi. Di monastero in monastero, con monaci e monache, nel loro quotidiano vivere, spirituale e materiale. Così, semplicemente. Giorni passati in silenzio, tra i confini temporali di ogni alba e tramonto, scanditi da gesti e riti. Dove la luce è cordone ombelicale, ad un capo il piccolo dentro, all’altro l’immenso fuori.

Soprattutto tra le monache, le donne dello spirito, della preghiera, della protezione, ho cercato di fermare nei miei scatti quel quotidiano vivere, quel dialogo, spesso senza parole possibili, tra me, estranea e straniera, e loro, anime antiche in un antico mondo. Accolta nel presente, il loro, di spazi, gesti, riti. Benedetta per il futuro, il mio, così lontano da lì.

Anitya, l’Impermanenza, segno sanscrito dal suono femminile. Uno dei princìpi cardine della dottrina buddhista: la percezione del costante divenire di sé e del mondo, l’abbandono dell’attaccamento al materiale, la consapevolezza dell’essenza immateriale del tutto.

L’ho cercata nel quotidiano dei monasteri di Dorje Dzong, Zangla, Karcha, Tungri. Scandita da gesti che si ripetono quasi immutati nei giorni: in cucina, mentre si impasta tsampa e si scioglie burro di yak nel te bollente, a scuola, dove monache bambine imparano un poco di presente e futuro, nelle celle, minuscole e stipate di beni essenziali, nei templi, della meditazione e preghiera.

L’ho cercata e lei, Anitya, l’Impermanenza, si è lasciata un po’ guardare. Forse anche fotografare.