Il Tevere. Anima di Roma, sin dalla sua nascita, un fiume lungo 405 chilometri che attraversa serpeggiando la città, dal suo cuore urbano fino alla foce, dove il mare lo inghiotte nella periferia. Centro e periferia. Un dentro e un fuori che rimescolano continuamente i loro confini. Una differenza talmente labile sull’argine del fiume da risultare difficilmente incasellabile, una realtà duplice, sfaccettata che nel fiume si perde e nel fiume si ritrova. Un viaggio dal cuore pulsante del centro della città, Roma, alle sue zone più periferiche e abbandonate ma comunque, spazi residui, abbandonati dalla società anche se a pochi metri da essa, luoghi dove ha inizio qualcosa o dove finisce, spazi di attesa, senza una distinzione territoriale netta, un viaggio dunque, semplicemente altrove. Il Tevere, luogo dell’altrove, poiché a Roma, oggi, quell’altrove è ovunque. Si mescola e serpeggia al di sotto dei monumenti e delle strade, eppure non è più un’altrove, è presente. Esiste. La città è trasformata. Centro e periferia sono continuamente in movimento, in relazione permanente. Esiste quindi solo la città nella sua complessità. Città di luoghi e non-luoghi.