La fotografia certifica ciò che ritrae, attestandone l’esistenza. Enrica Magnolini la sfrutta allo scopo di lasciare una testimonianza del proprio vissuto, optando per l’utilizzo di pellicole in bianco e nero e della stampa manuale in camera oscura. La serie si dispiega attraverso quei luoghi che l’artista considera rappresentativi delle tappe che hanno segnato il percorso della sua crescita individuale. L’indagine, che la vede protagonista di ogni inquadratura, trascende la mera registrazione dell’ambiente ed assume una forte connotazione autobiografica: la presenza evanescente del corpo nello spazio simboleggia la transitorietà dell’io narrante. Le immagini sono concepite senza una fine, un work in progress legato all’esistenza dell’artista stessa. Animato da una poetica metafisica, il progetto si fa portavoce degli aspetti dell’essere che l’occhio non può vedere. Il progetto ha riferimenti all’opera di Duane Michals, a fotografo dell’invisibile e da quella di Francesca Woodman.