Alla base di un ricordo c’è un residuo: un’esperienza che è rimasta nell’anticamera dell’oblio e si è nascosta nell’ombra. Qui vi si assediano tutte le nostre malinconie, i primi amori, i momenti di massima gioia, la giovinezza, le tristezze.
Tramite un’espressione ognuno di noi delinea il profilo delle anime del proprio limbo.
La volontà di dare una personalità ai frammenti, ai Rayogrammi della mia infanzia, non è scaturita da una decisione presa con il massimo raziocinio ma derivata da un concorso di pura casualità, estremo interesse e molta malinconia.
I miei anni di studio e lavoro lontano dal mio ambiente natio avevano creato in me un puro desiderio di abbandonare i progressi fatti fino a quel momento al fine di ritrovare un luogo in cui sentirmi a casa.
Il territorio in cui sono casualmente venuto al mondo è formato da una ricca miscela di detriti: un mondo vecchio fatto di tante sculture del tempo. Forse in maniera non del tutto cosciente, ho cominciato ad avere la necessità di andare a caccia di polvere: piccoli granelli di sabbia che andavano a richiamare degli archetipi, delle pietre miliari, degli sprazzi della mia infanzia. E fu così che non solo ritrassi i luoghi che avevano costruito il regno sognante del ricordo, ma anche tutti quelli che lo richiamavano. Cosa può essere più “casa” dell’iconografia che tutti i giorni ci ha cresciuto?