C O N F I N I
Un virus arrivato all’improvviso ci ha imposto la condizione più difficile di tutte, convivere con noi stessi.
Ci ha imposto di rimanere nei nostri confini, nelle nostre case, per cui ognuno di noi è stato costretto ad inventarsi una nuova normalità fatta di piccoli aggiustamenti a quella preesistente.
Io questa imposizione la vedo come un’opportunità.
In un tempo di evidenti disuguaglianze la natura ci ha riportato ad una pagina bianca.
Come prima cosa siamo stati costretti a riadattarci allo spazio che ci circonda e ci protegge. Direi una condizione connaturata all’essere umano ma smarrita nel tempo veloce della socialità a tutti i costi che ci voleva ubiqui e onnipresenti.
La mia casa che avrebbe dovuto regalarmi la percezione di un luogo sicuro in realtà mi dava la sensazione di essere in gabbia.
Sentivo un estremo bisogno di uscire senza uscire e la prima cosa che ho fatto è stata guardare fuori dalla finestra. La grata, quel confine di ferro che mi divideva e proteggeva, era la soglia da cui sbirciare nel mondo fuori.
Ho capito subito che quella era una posizione privilegiata, magica, proprio perché ambivalente.
Da lì, da quella finestra interiore, è nata l’urgenza di incontrare l’umanità, che poi è il vero movente di questo progetto, iniziato dopo appena 15 giorni di isolamento.
Dovendo fare i conti con me stesso ho capito, o meglio, ho cominciato ad imparare, che è grazie all’incontro o all’allontanamento dagli altri che ci conosciamo davvero.
Questa è una storia a cui tengo molto, che mi sta insegnando quanto ampia sia la parola “umanità”. E che il singolare, senza il plurale, semplicemente non esiste.
Questa interdipendenza tra dentro e fuori, tra l’io e l’altro, la chiamo libertà.